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Lib(e)ri di viaggiare

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All’inizio, in preda a una tempesta di onde emozionali impossibili da contenere, la moda boccaccesca del diario di quarantena ci ha reso improvvisamente tutti poeti. Poi la simultanea prosa collettiva ci ha fatto, ben presto, rendere conto del fatto che le nostre riflessioni, profondamente introspettive e illuminanti, erano già inflazionate.
Abbiamo, ad un certo punto, smesso anche di ridere di fronte ad ogni forma di satira anch’ essa divenuta ridondante. E la quarantena è diventata noiosa quotidianità.

Ma io sono riuscita comunque a viaggiare. Posso raccontare di essere stata a Barcellona, dove a breve tornerò, poi ho passato qualche giorno in Normandia e attualmente mi sono fermata a Parigi dopo essere passata per la Bretagna.

Ero alle prese con “Il cimitero dei libri dimenticati” la tetralogia di Carlos Luis Zafon ambientata in una Barcellona del ‘900, affascinante e maledetta, quando, nel bel mezzo della mia quarantena, ho deciso di partecipare al torneo letterario di Repubblica impegnandomi  nella lettura di due libri da recensire, che mi hanno catapultata in diverse sfumature di Francia.

Davvero non so come riuscirei a sopravvivere senza i libri. L’immersione nella lettura è un’esperienza dalla profondità illimitata, ma, un po’ come nella meditazione, la capacità di abbandonarsi totalmente non è così scontata. Bisogna avere il lusso di potersi ricavare l’atmosfera adatta nell’ambiente giusto, avere tempo a disposizione e la certezza di non essere disturbati.

In questa condizione di isolamento senza precedenti, i libri, che già adoravo, sono diventati una preziosissima compagnia, e durante le mie letture ho scoperto che tra quelli che preferisco c’è una costante: i protagonisti sono i libri stessi.

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