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Amare l’Italia del coronavirus

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La mia quarantena è iniziata venerdì 13 Marzo. Questa era una data già segnata sulla mia agenda, ovviamente per fare tutt’altro. Avevo programmato, infatti, una delle cose che desideravo regalarmi da tempo: liberarmi della miopia. L’intervento, tanto atteso, era programmato proprio per quel venerdì, ma è saltato. La domenica precedente io avevo già avuto un presentimento. 8 marzo festa della donna, alle mie amiche avevo proposto di trascorrerla insieme. C’era un evento in particolare al quale avremmo voluto partecipare: “Storie di donne che hanno fatto la storia” – monologhi teatrali al femminile –presso il Castello Medievale dei Sanseverino.
Prima si faceva così, si sceglieva tra gli eventi di Facebook e si proponeva su whatsapp al gruppo delle amiche. Questo, come tanti, tantissimi altri eventi, non ha fatto in tempo, è stato risucchiato dall’ondata del NON SI PUÒ FARE.
Ecco, diciamo che a partire da quel momento ho cominciato a sentirmi destabilizzata. A ripensarci ora, un evento di quel tipo che non si fa più, è poca cosa. Ma è da lì, da quel piccolo programma domenicale non riuscito, che tutto ha cominciato spaventosamente a fermarsi.
Quel giorno ero a pranzo da mia zia e, mentre eravamo tutti a tavola, io non ho resistito, sono scoppiata in lacrime. Oggi sembrerebbe normale, visto quanto stia accadendo, ma quella domenica ancora non era così chiaro a tutti. Io mi sentivo angosciata e sapevo di non esagerare nella mia preoccupazione. Il giorno dopo avevo cominciato a pensare con ansia al momento dell’intervento. Voglio dire, già di per sé è abbastanza normale essere preoccupati nell’attesa di un’operazione tanto delicata, figuriamoci n questo clima sempre più incerto. Ma voglio parlare di come dentro di me, in quel preciso istante, si sia fatto spazio un forte senso di responsabilità. Ora,chi mi conosce, sa benissimo quanto, e da quanto, desideravo liberarmi dagli occhiali. Sarà pure dipeso da un aspetto narcisistico, un capriccio di vanità, ma era il mio più grande desiderio e rinunciarci non sarebbe stato scontato. Quando, però, quel lunedì mattina ho cominciato a rifletterci per prima cosa mi sono venute in mente le parole di Conte quando ha emanato il primo decreto: “È una sfida che va vinta con l’impegno di tutti, cittadini e istituzioni, scienziati, medici, operatori sanitari, protezione civile, forze dell’ordine. L’Italia, tutta, è chiamata a fare la propria parte”.
Non sono mai stata una che spicca per il proprio senso di appartenenza alla nazione, ma queste parole mi hanno colpito. Un primo passo verso la rinuncia collettiva, divenuta in seguito necessaria, penso di averlo fatto proprio durante quella riflessione. Ho deciso, in quel momento, che avrei dovuto cominciare serenamente a mettere da parte i miei desideri personali, e che in questa circostanza ogni azione avrebbe avuto un peso diverso.
L’intervento, poi, è stato comunque annullato. Ma io avevo già scelto, ed è proprio il fatto di averlo deciso prima che mi ha permesso, e mi sta permettendo, di accettare tutte le privazioni che, per forza di cose, stiamo vivendo tutti per far fronte alla crisi più grande in Italia dal secondo dopoguerra.

L’ultima volta che ho visto Piazza Libertà, quel famoso venerdì, ho avuto la fortuna di scattare la foto al tricolore proiettato sulla facciata del Vescovato. La mia foto, pubblicata sulla pagina di Irpinia Tv ha ottenuto 656 like 386 condivisioni. Forse amare l’Italia del coronavirus sta diventando contagioso.

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